70 anni dalla posa della prima pietra, le testimonianze della Casa

3 Novembre, 2026
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Si sono da poco chiuse ufficialmente le celebrazioni per i 70 anni dalla posa della prima pietra dell’OPSA, che nel mese di ottobre hanno offerto a Ospiti, visitatori e collaboratori della Casa numerose occasioni di intrattenimento e di approfondimento: dal momento di festa in Sala polivalente, venerdì 23 ottobre, alla visione del docu-film “Human Forever”, incentrato sul tema della demenza, al concerto “Per una pietra che vive” a cura dell’Orchestra Barocca di Bologna e del Coro Iris Ensemble. 

Il racconto di questi primi 70 anni è imprescindibile da quello delle persone che la Casa l’hanno vissuta a livello personale e professionale. E particolarmente preziosa è la testimonianza dei nostri Ospiti, che proprio venerdì 23 ottobre hanno condiviso con i presenti in Sala polivalente.

Grazie al Servizio Educativo per aver raccolto queste testimonianze, che vi riproponiamo qui in versione integrale, da rileggere con mente e cuore aperti.

Le testimonianze degli Ospiti

Sono arrivato qui che avevo 12 anni, l’OPSA stava per compiere 9 anni. Mi ricordo benissimo questa enorme casa, aveva dei corridoi immensi. Ho anche il ricordo di Odorico, che è qui da prima di me, perché mi sembra sia venuto nel ‘62. Lui mi ha fatto un po’ da cicerone, mi ha mostrato i posti tipo la cucina, la lavanderia, il guardaroba, c’era già la chiesa. Diciamo che il primo impatto è stato andare in giro per vedere un po’ l’ambiente.

Questa è la mia casa ora: è dove vivo con i miei compagni di Nucleo e, quindi, la prendo come una terza famiglia. Vorrei, infatti, partire da un momento un po’ negativo che si ricollega anche ai primi giorni quasi di “ambientamento”. Io all’inizio non lo concepivo come un posto per me. Cioè, volevo rimanere a casa, con la mia famiglia. Dopo 2 settimane che ero qua, quando i miei familiari sono venuti a trovarmi, mi hanno detto “Dai Lorenzo… vedrai che ti trovi bene!”. . Infatti dopo 9 o 10 giorni mi sono abituato: è diventato un ambiente familiare. Perché ho conosciuto altra gente, come me in carrozzina: quindi c’era gente, se posso usare un termine, un po’ non dico messa male, però con delle difficoltà, che andava aiutata nel lavarsi, nel fare le cose quotidiane. Ecco, io qua ormai ci ho messo le radici. Però mi dispiace aver lasciato l’istituto dov’ero a Firenze, perché lì ho lasciato gli amici che conoscevo, che venivano da tutte le regioni d’Italia. La prima famiglia sono mamma, papà e fratelli, cioè casa. La seconda famiglia è stata Firenze e questa, l’OPSA, è la terza.

Mi sento responsabile di chi è qui da meno tempo. Prendo un esempio che ho ancora in mente. Mi ricordo che gli operatori dovevano fare qualcosa, e in quel momento non poteva esserci nessuno in soggiorno per cui ho detto: «Ragazzi, mi prendo io la responsabilità. Do io un’occhiata a tutti, finché voi fate l’incontro». Sono stato in soggiorno finché loro sono arrivati, e in quel momento mi sono sentito il responsabile di tutto il reparto. 

In questi anni ho visto cambiare l’OPSA in un modo pazzesco. Perché, diciamo, ero talmente giovane quando sono arrivato che mi ricordo ancora le camerate, il soggiorno talmente piccolo, la cucina ancora più stretta. Per cui ho visto cambiare le cose “da così a così” (con la mano NdR).

Lorenzo

In galleria sto fermo a controllare il passaggio delle persone, che solitamente è maggiore al mattino; il pomeriggio c’è meno gente e sono più calmo per dire il Rosario. Alla mattina ci sono tanti operatori e tanti Ospiti, passano anche don Roberto Ravazzolo, e Bevilacqua, e tante suore. Molti sono i familiari e gli amici che oltre a passare si fermano nella zona caffè per un momento di ristoro. La galleria è un luogo di incontro anche con gli operai che lavorano all’OPSA. Da quando hanno cambiato il pavimento, mi sembra che sia diventata più lunga, è come una strada e ci sono delle regole da rispettare per non creare incidenti tra biciclette, carrozzine e passanti. I carrelli come piccoli furgoni si spostano in galleria per portare il necessario a tutti, dal cibo, ai vestiti, ai letti. 

Per fortuna esiste la galleria!

Maurizio

Mi piace uscire sul territorio per andare in edicola, al mercato, al bocciodromo, a salutare mia madre al cimitero, al bar o in un ristorante. Le gite più belle quest’anno sono state al mare a Jesolo, sui colli Euganei, allo zoo di Vicenza e a vedere una partita del Padova.

Sono veramente felice quando vado a trovare i miei amici all’Irpea e alle feste del Milan Club di Montegrotto Terme con mio cugino Roberto. L’anno prossimo vorrei andare a Lourdes.

Io vivo il territorio!

Alessandro

Vi faccio una domanda: che cos’è un santuario?

Voi, sicuramente un po’ sbigottiti, mi rispondereste con tono seccato: “il termine santuario indica principalmente un luogo sacro!”. 

Beccati, avete letto l’enciclopedia, vero?

Non è tutto qui!

La Liturgia ci insegna che il vero Santuario non è solo quello costruito di mattoni, seppur bello e maestoso come quello custodito nella nostra Casa, ma il vero Santuario… sei tu, sono io! Il vero Santuario siamo noi quando, mettendo a frutto il nostro Battesimo, mettiamo a disposizione i nostri doni e talenti per il bene dei nostri fratelli e sorelle che ci camminano affianco. 

La prossima volta, dunque, che entrerai nel nostro Santuario dedicato a Maria, Madre della Provvidenza, non fermarti a contemplare le pietre fatte di mattoni ma impegnati a diventare tu stesso, giorno dopo giorno Pietra Viva! Allora potrai esclamare con gioia: “Santuario… a chi? A noi!”

Ospite Area Anziani OPSA


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