Autismo: la soggettività al centro del progetto

30 Marzo, 2026
cura autismo

Partendo da modelli teorici differenti, come l’Applied Behavior Analysis (ABA) e l’approccio Lacaniano, è possibile elaborare percorsi personalizzati, come raccontano le esperienze di Giorgia e Mirko che trovate in questo approfondimento.

Autismo e relazioni

Come entrare in relazione, anche terapeutica, con una persona che non usa il tuo stesso modo di comunicare? Come sostenere questa persona nell’affermazione di sé e dei propri desideri? Come aiutarla a stare bene nel contesto di vita in cui si trova? E, parallelamente, come contribuire a far capire a chi abita quel contesto che ci sono diversità che non sono “difetti”, ma “modi di essere”? Lo studio delle neurodivergenze ha sì decenni di vita, ma è ancora giovane. Nel lavoro con persone con disturbo dello spettro autistico esistono modelli teorici e prospettive cliniche differenti. Tra questi l’Applied Behavior Analysis (ABA), di matrice comportamentale, e l’approccio Lacaniano, più centrato sulla soggettività della persona. Pur partendo da presupposti diversi, nella pratica quotidiana condividono alcuni elementi fondamentali: l’osservazione attenta e sistematica della persona e la capacità degli operatori di adattare le modalità di intervento per entrare in relazione con l’Ospite. Cosa significa “lavorare” con una persona con autismo, che necessita di interventi educativi personalizzati e flessibili? Lasciamo parlare due esperienze concrete, dai Nuclei di riferimento: il 2° S. Luigi e il 1° S.G.B. Cottolengo.

Giorgia e il vento nelle mani

C’era una volta una ragazza che non camminava: vibrava. Giorgia, quando arrivò al Nucleo 2° S. Luigi, sembrava portare con sé una corrente invisibile. Sorrideva, girava su sé stessa come una foglia sollevata dall’aria e, quando la musica iniziava, il suo corpo la seguiva senza esitazione. Giorgia viveva nelle sensazioni immediate. Il cibo, il movimento, il contatto intenso. Restare seduta era difficile, come chiedere al mare di fermare le onde. Le sue mani tornavano spesso al viso, alla bocca, come se cercassero un confine, un punto fermo. L’incontro con l’altro era fragile, breve, intermittente. Chi la osservava capì che non serviva fermare quel movimento. Serviva dargli una direzione. E così iniziò il viaggio verso una stanza diversa dalle altre, la stanza multisensoriale. All’inizio Giorgia restava ai margini. I suoi gesti abituali erano più forti, più familiari. Ma l’educatore non forzava: osservava, attendeva, proponeva. Offriva stimoli più strutturati e significativi rispetto alle auto-stimolazioni, orientando lentamente l’attenzione verso esperienze condivise. Una coperta ponderale avvolgeva il suo corpo con una pressione stabile e rassicurante, aiutandola a percepire meglio sé stessa nello spazio. La relazione diventò il filo invisibile del cambiamento. Ritmi prevedibili. Tempi rispettati. Segnali accolti. 

Giorgia iniziò a fidarsi. Un giorno rimase seduta qualche istante in più. Un altro giorno seguì con lo sguardo un’attività. Poi camminò accanto all’educatore dal Nucleo alla stanza, ricordando la sequenza degli ambienti, come se stesse imparando una piccola mappa interiore. Le mani si allontanarono più spesso dal viso. I movimenti ripetitivi si attenuarono. La permanenza nelle attività si fece più stabile. Non fu un cambiamento improvviso, ma una trasformazione costruita con metodo: osservazione sistematica, stimolazione sensoriale mirata, progressione graduale delle richieste, continuità tra stanza e quotidianità. L’équipe multidisciplinare consolidò ogni conquista nei momenti di vita comune: durante i pasti, nelle attività di gruppo, nelle attese condivise. Giorgia non perse il suo vento. Imparò a navigarlo. E in quel movimento, che prima sembrava senza direzione, iniziò a emergere qualcosa di nuovo: maggiore regolazione, più partecipazione, una relazione più stabile con l’altro. Questa non è una fiaba fatta di magie improvvise. È la storia di un lavoro professionale e coordinato, in cui cura e competenza costruiscono autonomia, passo dopo passo.

Tiziana Oneto

Servizio Educativo

Anche al buio nascono atelier

Gli atelier sono una componente preziosa e integrante in un approccio terapeutico: tengono conto delle abilità dell’utente stesso, delle sue propensioni, vengono formulati accuratamente sulle caratteriste di ogni singolo Ospite. Creano effetti di pacificazione e benefici a lungo termine, e divengono più efficaci se ogni operatore mette del proprio ed è desideroso di effettuarlo. Gli atelier sono indispensabili per gli Ospiti del 1° S.G.B. Cottolengo, ed un elemento prezioso per instaurare una relazione con loro. Per Mirko, il momento della messa a letto talvolta diventa un momento di angoscia: spesso, come équipe, ci siamo chiesti come aiutarlo e l’aiuto c’è l’ha dato proprio lui, una sera, mentre iniziavo a leggere il suo libro preferito. Mirko quella sera ha spento la luce: avrei potuto certamente andare via, pensando che semplicemente non volesse la mia presenza. Ma la realtà era che Mirko mi stava solo mettendo alla prova. Così, alzando la testa al buio, e vedendo le stelle fluorescenti attaccate al soffitto, decisi di inventare per lui una storia. Da lì nasce l’atelier delle avventure di Mirko.

L’atelier delle avventure di Mirko viene fatto dopo che tutti gli altri Ospiti vanno a dormire, proprio per offrirgli un momento di esclusività senza interruzioni. Ogni volta viene scritta una storia diversa su un quaderno, una storia dove Mirko detiene il sapere e dove noi operatori, a turno, diventiamo i suoi accompagnatori “tontoloni”. Talvolta vengono in nostro aiuto scatole magiche, mantelli che creano invisibilità, sedie spaziali, nuvole Speedy, elfi sbadati… tutti questi materiali scenografici vengono creati durante l’atelier. Le storie vengono narrate pensando cosa secondo noi nella realtà direbbe Mirko se riuscisse a parlare, e i feedback sono immediati: durante quest’ora Mirko se la ride alla grande, appare sereno, rilassato e talvolta si addormenta. Aspetta questo momento con desiderio e appena mi vede entrare nella sua stanza sorride. Ogni volta che la storia termina facciamo una foto che viene applicata sul quaderno, a testimonianza dell’avventura. Spesso l’atelier non coinvolge solo Mirko e me, ma anche altri membri dell’équipe, mossi dalla curiosità, dal desiderio e dall’effetto benefico che esso ha.

Alessandra Seresin

operatrice sociosanitaria

Partendo da modelli teorici differenti, come l’Applied Behavior Analysis (ABA) e l’approccio Lacaniano, è possibile elaborare percorsi personalizzati, come raccontano le esperienze di Giorgia e Mirko che trovate in questo approfondimento.

Autismo e relazioni

Come entrare in relazione, anche terapeutica, con una persona che non usa il tuo stesso modo di comunicare? Come sostenere questa persona nell’affermazione di sé e dei propri desideri? Come aiutarla a stare bene nel contesto di vita in cui si trova? E, parallelamente, come contribuire a far capire a chi abita quel contesto che ci sono diversità che non sono “difetti”, ma “modi di essere”? Lo studio delle neurodivergenze ha sì decenni di vita, ma è ancora giovane. Nel lavoro con persone con disturbo dello spettro autistico esistono modelli teorici e prospettive cliniche differenti. Tra questi l’Applied Behavior Analysis (ABA), di matrice comportamentale, e l’approccio Lacaniano, più centrato sulla soggettività della persona. Pur partendo da presupposti diversi, nella pratica quotidiana condividono alcuni elementi fondamentali: l’osservazione attenta e sistematica della persona e la capacità degli operatori di adattare le modalità di intervento per entrare in relazione con l’Ospite. Cosa significa “lavorare” con una persona con autismo, che necessita di interventi educativi personalizzati e flessibili? Lasciamo parlare due esperienze concrete, dai Nuclei di riferimento: il 2° S. Luigi e il 1° S.G.B. Cottolengo.

Giorgia e il vento nelle mani

C’era una volta una ragazza che non camminava: vibrava. Giorgia, quando arrivò al Nucleo 2° S. Luigi, sembrava portare con sé una corrente invisibile. Sorrideva, girava su sé stessa come una foglia sollevata dall’aria e, quando la musica iniziava, il suo corpo la seguiva senza esitazione. Giorgia viveva nelle sensazioni immediate. Il cibo, il movimento, il contatto intenso. Restare seduta era difficile, come chiedere al mare di fermare le onde. Le sue mani tornavano spesso al viso, alla bocca, come se cercassero un confine, un punto fermo. L’incontro con l’altro era fragile, breve, intermittente. Chi la osservava capì che non serviva fermare quel movimento. Serviva dargli una direzione. E così iniziò il viaggio verso una stanza diversa dalle altre, la stanza multisensoriale. All’inizio Giorgia restava ai margini. I suoi gesti abituali erano più forti, più familiari. Ma l’educatore non forzava: osservava, attendeva, proponeva. Offriva stimoli più strutturati e significativi rispetto alle auto-stimolazioni, orientando lentamente l’attenzione verso esperienze condivise. Una coperta ponderale avvolgeva il suo corpo con una pressione stabile e rassicurante, aiutandola a percepire meglio sé stessa nello spazio. La relazione diventò il filo invisibile del cambiamento. Ritmi prevedibili. Tempi rispettati. Segnali accolti. 

Giorgia iniziò a fidarsi. Un giorno rimase seduta qualche istante in più. Un altro giorno seguì con lo sguardo un’attività. Poi camminò accanto all’educatore dal Nucleo alla stanza, ricordando la sequenza degli ambienti, come se stesse imparando una piccola mappa interiore. Le mani si allontanarono più spesso dal viso. I movimenti ripetitivi si attenuarono. La permanenza nelle attività si fece più stabile. Non fu un cambiamento improvviso, ma una trasformazione costruita con metodo: osservazione sistematica, stimolazione sensoriale mirata, progressione graduale delle richieste, continuità tra stanza e quotidianità. L’équipe multidisciplinare consolidò ogni conquista nei momenti di vita comune: durante i pasti, nelle attività di gruppo, nelle attese condivise. Giorgia non perse il suo vento. Imparò a navigarlo. E in quel movimento, che prima sembrava senza direzione, iniziò a emergere qualcosa di nuovo: maggiore regolazione, più partecipazione, una relazione più stabile con l’altro. Questa non è una fiaba fatta di magie improvvise. È la storia di un lavoro professionale e coordinato, in cui cura e competenza costruiscono autonomia, passo dopo passo.

Tiziana Oneto

Servizio Educativo

Anche al buio nascono atelier

Gli atelier sono una componente preziosa e integrante in un approccio terapeutico: tengono conto delle abilità dell’utente stesso, delle sue propensioni, vengono formulati accuratamente sulle caratteriste di ogni singolo Ospite. Creano effetti di pacificazione e benefici a lungo termine, e divengono più efficaci se ogni operatore mette del proprio ed è desideroso di effettuarlo. Gli atelier sono indispensabili per gli Ospiti del 1° S.G.B. Cottolengo, ed un elemento prezioso per instaurare una relazione con loro. Per Mirko, il momento della messa a letto talvolta diventa un momento di angoscia: spesso, come équipe, ci siamo chiesti come aiutarlo e l’aiuto c’è l’ha dato proprio lui, una sera, mentre iniziavo a leggere il suo libro preferito. Mirko quella sera ha spento la luce: avrei potuto certamente andare via, pensando che semplicemente non volesse la mia presenza. Ma la realtà era che Mirko mi stava solo mettendo alla prova. Così, alzando la testa al buio, e vedendo le stelle fluorescenti attaccate al soffitto, decisi di inventare per lui una storia. Da lì nasce l’atelier delle avventure di Mirko.

L’atelier delle avventure di Mirko viene fatto dopo che tutti gli altri Ospiti vanno a dormire, proprio per offrirgli un momento di esclusività senza interruzioni. Ogni volta viene scritta una storia diversa su un quaderno, una storia dove Mirko detiene il sapere e dove noi operatori, a turno, diventiamo i suoi accompagnatori “tontoloni”. Talvolta vengono in nostro aiuto scatole magiche, mantelli che creano invisibilità, sedie spaziali, nuvole Speedy, elfi sbadati… tutti questi materiali scenografici vengono creati durante l’atelier. Le storie vengono narrate pensando cosa secondo noi nella realtà direbbe Mirko se riuscisse a parlare, e i feedback sono immediati: durante quest’ora Mirko se la ride alla grande, appare sereno, rilassato e talvolta si addormenta. Aspetta questo momento con desiderio e appena mi vede entrare nella sua stanza sorride. Ogni volta che la storia termina facciamo una foto che viene applicata sul quaderno, a testimonianza dell’avventura. Spesso l’atelier non coinvolge solo Mirko e me, ma anche altri membri dell’équipe, mossi dalla curiosità, dal desiderio e dall’effetto benefico che esso ha.

Alessandra Seresin

operatrice sociosanitaria

News rielaborata a partire dall’articolo pubblicato nel numero di marzo 2026 de la Provvidenza, disponibile in formato cartaceo negli spazi comuni della Casa


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