laProvvidenza

LA PROVVIDENZA – APRILE 2026 

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Editoriale

La lingua italiana, sappiamo, è famosa per essere difficile e complessa, ma le sono riconosciute armoniosità e musicalità uniche. L’italiano ha, inoltre, un’altra peculiarità che la rende interessante: la molteplicità e ricchezza di termini, un patrimonio di cui, purtroppo, stiamo perdendo consapevolezza. Raramente ci chiediamo perché è stato usato quel determinato vocabolo in un discorso o in uno scritto ed invece, a ben guardare, ogni parola ha un’accezione diversa e serve per esprimere un concetto ben preciso. Un esempio assai importante di quanto, sopra abbiamo potuto viverlo durante il Triduo Pasquale, il fulcro dell’anno liturgico. Il Giovedì Santo, nell’Ultima Cena, Gesù dona se stesso come vero cibo e vera bevanda sotto le specie del pane e del vino, mentre nel Venerdì Santo attraverso la sua passione, crocifissione e morte, Gesù non solo dona qualcosa, ma dona la sua vita (per salvarci), ci ama a tal punto da arrivare al dono totale di sé.

Gesù si “dona”, non si “regala” e, se guardiamo il nostro contesto ordinario, una mamma dona la vita al figlio, non la regala, un volontario dona il sangue al prossimo, non lo regala. “Dono” e “regalo”, due sostantivi che vengono usati indifferentemente, ma che sottendono idee diverse. Nel regalo, sempre e comunque da apprezzare, prevale l’arcaica dimensione del do ut des (la parola proviene da regale, l’offerta al o dal re). I regali sono previsti, regolati dalle convenzioni sociali, in un contesto di reciproco riconoscimento e di scambio. È chiaro che i naturali e buoni “obblighi”, verso familiari, amici, compleanni e ricorrenze, sono basilari per le relazioni sociali. Fare un regalo però è semplice, fare un dono è più difficile. Il dono prevede una dimensione di gratuità e implica una partecipazione disinteressata del donante. È infatti un dare spontaneo senza l’attesa di una contropartita. In una società basata sull’utile, il dono, a differenza del regalo, non è monetizzabile anche se, potremmo dire con un gioco di parole, può “costare molto”.

Il dono “costa” in quanto ha bisogno di un investimento di tempo, ha bisogno di cura, di attenzioni anche nel caso di un dono materiale. Il dono è soprattutto condivisione con l’altro, è presenza, non assenza e, ritornando al dono della vita, non saremmo sopravvissuti alla nascita se qualcuno non ci avesse donato attenzione, cura, amore. Chi dona il proprio tempo, un gesto di tenerezza o anche una semplice carezza, si “mette in cammino” verso l’altro, cerca di entrare in sintonia con costui e ciò può essere significativo nella vita degli altri come nella propria. Il dono è un atto spontaneo, è un bene che parla di un legame, di un affetto; il fulcro è la relazione che si viene ad instaurare tra chi fa il dono e chi lo riceve e non è l’oggetto donato. Ed è qui la bellezza e la gioia del donare: si parte per dare si finisce per ricevere… e all’OPSA lo sappiamo bene!

In questo numero

OPSA È

  • Pensare la sanità
    Quale Progetto di Vita nei contesti residenziali?
  • Celebriamo il 19 marzo in comunione con l’arte
  • Da prova a laboratorio: via al team assemblaggio
  • “Musei in Valigia” avanza tra bilanci e prospettive
  • Demenze e cultura: film e libri per bambini
  • Maratona: ecco la maglia della squadra dell’OPSA

VITA DELLA CASA

  • È ancora vivo il ricordo della fiamma paralimpica
  • Essere comunità di gioia: ecco la Pasqua all’OPSA

OPSA E VITA DELLA CHIESA

  • I Santi della Carità
    Clemente Marchisio
  • La Chiesa ci parla
    Francia, nuovi cristiani: grande è la sete di Dio
  • La Provvidenza all’opera
    Rendite “provvidenziali” per santa Teresa d’Avila

EVENTI

  • Dalle (tante) candeline al libro di un collega

AMICI DI OPSA

  • 10.000 ore di solidarietà anche con i nostri Ospiti
  • Scout: “invaso” il parco per il Thinking Day 2026
  • Caltrano porta la musica con banda e majorettes

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